La nuova proposta per il rinnovo del contratto negli enti locali prevede aumenti fino a 158 euro al mese. Il governo punta alla firma entro settembre 2025, ma i sindacati chiedono di più.
Il rinnovo del contratto collettivo nazionale per i lavoratori degli enti locali entra in una fase decisiva. Dopo mesi di trattative e tensioni, l’Aran ha messo sul tavolo una nuova bozza destinata ai 480 mila dipendenti di Comuni, Regioni e altri enti pubblici, ancora senza contratto per il triennio 2022-2024. La data chiave è il 9 settembre, quando le parti proveranno a chiudere un’intesa. Se l’accordo non arriverà entro quel termine, il rischio concreto è che gli aumenti in busta paga slittino al 2026, alimentando ulteriori tensioni.
Il problema principale resta l’assenza di unanimità tra i sindacati: se da un lato si riconoscono gli sforzi del governo per rafforzare il contratto, Cgil e Uil continuano a giudicare insufficienti le risorse stanziate.
Gli aumenti previsti nella nuova proposta: chi guadagna di più
Il nodo centrale è rappresentato dagli aumenti stipendiali, che nella nuova versione risultano più consistenti rispetto a quelli inizialmente previsti. La proposta punta a un parziale conglobamento dell’indennità di comparto nello stipendio base, facendo crescere la retribuzione lorda mensile media su 13 mensilità a:
158,48 euro per i funzionari e le elevate qualificazioni (contro i 144 euro della prima bozza)
145,50 euro per gli istruttori
129 euro circa per gli operatori esperti
122,48 euro per gli operatori semplici (erano 113 euro nella versione precedente)
Su base annua, i nuovi stipendi tabellari netti raggiungerebbero 25.114 euro per i funzionari, 23.138 euro per gli istruttori, 20.583 euro per gli operatori esperti e 19.753 euro per gli operatori semplici.

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A questi importi si aggiungono già in busta paga due indennità di vacanza contrattuale, una relativa al contratto 2022-2024 (maggiorata al 3,85%) e l’altra riferita al contratto formalmente scaduto il 1° gennaio 2025, fissata all’1% dall’ultima legge di Bilancio.
Le novità normative: buoni pasto da remoto e settimana corta
Oltre agli aspetti economici, la nuova bozza del contratto introduce diverse modifiche normative, mirate a modernizzare il lavoro pubblico negli enti locali. Tra le novità spicca l’estensione del buono pasto ai lavoratori in smart working, un diritto finora non riconosciuto in modo uniforme e che ora viene allineato agli standard già vigenti in altri comparti della pubblica amministrazione.
Altro punto chiave è la “settimana corta”, ossia la possibilità di concentrare l’orario settimanale su quattro giorni lavorativi, mantenendo invariato il monte ore. Si tratta di una misura già avviata nel comparto centrale e ora proposta anche per Regioni e Comuni.
Nel documento è stata inclusa anche una serie di interventi per la gestione dell’invecchiamento del personale: i cosiddetti strumenti di age management. Tra questi, mansioni alleggerite per chi è vicino alla pensione, percorsi per il passaggio graduale al termine del servizio e sistemi di affiancamento ai giovani per favorire il ricambio.
Importanti anche le deroghe per le progressioni verticali: prorogata di un anno la possibilità di avanzare anche senza il titolo di studio formale, se l’esperienza è giudicata equivalente. Un modo per valorizzare competenze sviluppate sul campo, specie nei piccoli Comuni, dove trovare figure qualificate è più difficile.
Infine, si prevedono:
aumenti specifici per la Polizia Locale con incarichi di particolare rilievo
maggiori risorse per lo sviluppo economico nei piccoli Comuni
obbligo per gli enti di costituire i fondi decentrati per potenziare la contrattazione integrativa
una nuova disciplina del lavoro nei giorni festivi infrasettimanali.
La trattativa, però, resta in salita. La Cgil e la Uil sostengono che, pur con i progressi registrati, gli aumenti non compensano l’inflazione accumulata nel triennio e non recuperano il potere d’acquisto perso. Al centro delle critiche anche il mancato riconoscimento di alcune professionalità specifiche e la distribuzione delle risorse accessorie.
Il rischio concreto è che lo stallo estivo non si sblocchi e che la firma slitti al 2026. Per 480 mila lavoratori del settore, sarebbe un segnale negativo. E un ritardo che pesa.