Tra eventi estremi sempre più frequenti e costi sociali crescenti, la convivenza con i disastri naturali è già realtà. E non riguarda più solo zone isolate o stagioni particolari.
L’aumento di disastri naturali negli ultimi due decenni non è più una percezione soggettiva. I dati parlano chiaro: frane, alluvioni, uragani, incendi, siccità e terremoti si verificano con maggiore intensità e frequenza, coinvolgendo milioni di persone ogni anno. Le cause sono diverse: cambiamenti climatici, urbanizzazione senza pianificazione, deforestazione e sfruttamento intensivo del suolo. Ma gli effetti sono sempre più simili: comunità isolate, sistemi sanitari messi sotto pressione, risorse naturali compromesse. L’impatto dei disastri naturali si misura oggi non solo in vite umane perse, ma in perdita di abitabilità, migrazioni forzate, crollo delle economie locali.
Nel 2023, secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, oltre 55 milioni di persone sono state colpite da eventi estremi. Solo in Europa, si contano 6.000 morti legati a ondate di calore prolungate, mentre in Asia meridionale intere province sono rimaste sommerse per settimane. Il fenomeno non distingue più tra paesi sviluppati e in via di sviluppo: le differenze stanno solo nella capacità di risposta e nella disponibilità di infrastrutture adeguate. E spesso, anche dove i sistemi sono avanzati, il costo della ricostruzione è troppo alto.
L’impatto umano: tra migrazioni, povertà e crisi sanitarie
Ogni disastro naturale genera una catena di conseguenze che si allunga nel tempo. Quando un uragano spazza via centri abitati o una frana interrompe vie di comunicazione, le persone perdono casa, lavoro, accesso ai servizi essenziali. Le migrazioni ambientali aumentano: famiglie costrette ad abbandonare territori diventati invivibili si spostano verso aree urbane già sovraccariche, innescando nuovi conflitti per risorse e spazi. Si calcola che entro il 2050, a livello globale, ci saranno fino a 200 milioni di rifugiati climatici.

Il rischio sanitario è un altro fronte poco visibile ma cruciale. Le inondazioni portano contaminazioni batteriche nelle falde e nei centri abitati, mentre le temperature estreme compromettono la stabilità dei sistemi ospedalieri e dei centri di stoccaggio farmaci. Malattie come la dengue o il colera tornano a circolare in zone dove erano scomparse. In alcune aree rurali colpite da incendi estesi, gli ospedali locali non sono riusciti a reggere il carico di pazienti con problemi respiratori gravi. Questi eventi diventano così emergenze sanitarie prolungate, non più gestibili con interventi occasionali o temporanei.
Economia e ambiente: la doppia trappola che rallenta la ripresa
Oltre al danno immediato, c’è una perdita economica strutturale difficile da recuperare. Ogni anno, eventi climatici estremi causano centinaia di miliardi di euro di danni. Le assicurazioni, dove esistono, non riescono a coprire tutto. Le imprese locali chiudono. L’agricoltura si svuota. I trasporti si bloccano. In alcuni casi, la ricostruzione non parte nemmeno. Oppure si limita a interventi tampone. Le infrastrutture vengono rimesse in piedi, ma non adattate ai nuovi scenari climatici, lasciando il territorio vulnerabile al prossimo evento.
Anche l’ambiente ne esce trasformato: ecosistemi collassano, le risorse idriche si riducono, le foreste bruciano, la biodiversità si assottiglia. In Amazzonia e nel Sud-est asiatico, gli incendi ricorrenti stanno alterando l’equilibrio tra foresta e atmosfera. In zone aride come il Sahel, la desertificazione è ormai avanzata, mettendo a rischio l’agricoltura di sussistenza di milioni di persone.
Il punto non è più capire se i disastri naturali continueranno, ma come prepararci a conviverci. Senza pianificazione, senza sistemi di allerta efficienti e senza una visione globale delle interconnessioni tra clima, economia e società, il prezzo umano di ogni disastro sarà sempre più alto.