Bombe atomiche in Italia: dove si trovano, chi le controlla e perché nessuno ne parla

Esplosione atomica

Quante basi militari ci sono e quanti ordigni atomici sono presenti in Italia?-rcovid19.it

Lorenzo Fogli

Agosto 30, 2025

Mentre l’80% degli italiani è contrario alla presenza di armi atomiche nel Paese, decine di bombe statunitensi restano stoccate nelle basi di Aviano e Ghedi.

Nel cuore della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia, accanto a città come Brescia e Pordenone, si nasconde una realtà inquietante che molti cittadini ignorano o fingono di dimenticare: l’Italia ospita fino a 90 bombe nucleari statunitensi, nonostante abbia firmato, il 2 maggio 1975, il Trattato di non proliferazione nucleare. Un paradosso che non viene mai discusso apertamente dal governo né sottoposto a un reale dibattito pubblico.

Secondo l’articolo II del trattato, gli Stati non nucleari si impegnano a non ricevere armi atomiche da nessuno. Eppure, da decenni, le basi di Aviano e Ghedi custodiscono tra le 70 e le 90 testate nucleari B61, modelli aggiornati fino alla versione 12, trasportabili da caccia F-16 e ora anche dagli F-35, entrati in servizio nel 2024.

Le testate USA in Italia: dove si trovano e chi le controlla

Il numero delle bombe non è ufficiale, ma secondo fonti ben informate 50 testate si troverebbero nella base aerea di Aviano, mentre altri 30 ordigni sarebbero custoditi nella base di Ghedi, nella bassa bresciana. Queste bombe, che possono essere sganciate dai cacciabombardieri statunitensi, non sono sotto il controllo dell’Italia. Sono gestite direttamente dalle forze armate USA, con una struttura a “doppia chiave” solo teorica: in caso di conflitto, sarebbero comunque gli americani a decidere.

Aerei
Aerei militari-rcovid19.it

E mentre il pericolo nucleare torna a riaffacciarsi nelle cronache internazionali, la popolazione italiana resta esposta e inconsapevole, soprattutto nei territori che ospitano le basi. Gli abitanti di Veneto e Lombardia potrebbero essere tra i primi bersagli in un’ipotetica guerra atomica, proprio perché le bombe sul suolo italiano costituirebbero obiettivi prioritari di qualsiasi attacco preventivo.

Secondo un sondaggio Ipsos (datato ma tuttora indicativo), l’80% degli italiani è contrario alla presenza di testate atomiche nel Paese. Tuttavia, nonostante questa netta posizione, la politica italiana ha sempre evitato di affrontare apertamente la questione. Nessun referendum, nessun confronto parlamentare, nessuna trasparenza.

Dalla corsa all’atomica italiana al trattato di non proliferazione

L’ambizione nucleare italiana non è un’invenzione recente. Già negli anni ’50, l’Italia schierava sul proprio territorio missili americani con testate atomiche, come i MGR-1 Honest John e i missili Hercules W31. Nessuno di questi era controllato da Roma: erano parte della strategia NATO, ma sotto comando USA.

Nel 1959, dopo pressioni diplomatiche, l’Italia riuscì a ottenere una maggiore autonomia operativa con l’accordo per i missili balistici Jupiter, stazionati a Gioia del Colle. Questi missili — 30 in totale — erano gestiti dalla 36esima brigata aerea italiana, ma con sistema a doppia chiave: una parziale forma di controllo condiviso.

Tuttavia, tutto cambiò con la crisi di Cuba nel 1962. Gli Stati Uniti, per scongiurare lo scontro diretto con l’URSS, accettarono di ritirare i missili Jupiter dall’Italia e dalla Turchia in cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba. Un retroscena a lungo ignorato, che svela il ruolo chiave dell’Italia nella guerra fredda.

In risposta a quel ritiro forzato, l’Italia avviò un proprio programma nucleare. L’incrociatore Giuseppe Garibaldi fu convertito per ospitare testate atomiche, e si progettò un missile balistico nazionale: l’Alfa, capace di colpire Mosca dal Mediterraneo. Il test dell’Alfa venne eseguito il 6 aprile 1976 nel poligono sardo di Salto di Quirra, con successo. Il progetto costò circa 6 miliardi di lire dell’epoca.

Ma proprio in quegli anni, una nuova consapevolezza si affermava. Con il governo guidato dalla Democrazia Cristiana, favorevole all’atomo ma attento al clima internazionale, l’Italia scelse di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare nel 1975, ponendo fine a ogni ambizione autonoma in campo atomico.

Oggi l’Italia resta un punto strategico nucleare, ma senza voce in capitolo

Cinquant’anni dopo, lo scenario sembra immutato — o addirittura peggiorato. L’Italia resta parte fondamentale della strategia NATO, ma senza alcuna reale autonomia decisionale in materia di armi nucleari. Non possiede le testate, non ne controlla l’uso, ma ne subisce i rischi.

Nel 2025, con un panorama geopolitico sempre più instabile e il ritorno della corsa agli armamenti, il dibattito sulle bombe B61-12, aggiornate per essere più “precise” e flessibili, è più urgente che mai. Eppure, il silenzio delle istituzioni italiane resta assordante. Non si parla di sicurezza, né di trasparenza, né tantomeno di autodeterminazione.

Nel contesto attuale, segnato da tensioni internazionali e nuovi equilibri militari, la presenza di armi nucleari in Italiasolleva interrogativi gravi e inascoltati. La mancanza di discussione pubblica, il divario tra volontà popolare e scelte strategiche, e l’assenza di controllo effettivo sul proprio territorio mettono a nudo la fragilità democratica su cui poggia questa convivenza atomica. In un’epoca che chiede più consapevolezza e meno opacità, il silenzio non può più essere una risposta.

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