Il 21 agosto 1967 segna una data drammatica, poiché l’ultima salma delle vittime della tragedia di Mattmark fu recuperata, quasi due anni dopo l’incidente. Un sopravvissuto ha descritto quei momenti terribili con parole che evocano il caos: “Niente rumore. Solo un vento terribile, e i miei compagni volavano come farfalle. Poi ci fu un gran boato, e la fine. Autocarri e bulldozer scaraventati lontano”.
Il disastro di mattmark
Il disastro si verificò il 30 agosto 1965, alle 17.15, a Mattmark, in Svizzera. Una valanga di oltre 2 milioni di metri cubi di ghiaccio seppellì 88 persone, tra cui due donne. Tra le vittime, 56 erano italiani. Questi lavoratori si trovavano lì per costruire una diga, necessaria per soddisfare il fabbisogno energetico di una Svizzera in rapida crescita economica, ricca di risorse idriche ma carente di carbone. Le condizioni di lavoro erano estreme, con turni che duravano anche 15-16 ore al giorno, sette giorni su sette. La sicurezza veniva sacrificata in nome della produttività , esponendo le vite di molte persone che dormivano e mangiavano in baracche fredde e malsane, situate proprio sotto la lingua del ghiacciaio.
Le preoccupazioni dei superstiti
Alcuni superstiti hanno raccontato che, nei cinque anni precedenti l’incidente, si erano verificati diversi distacchi di ghiaccio. Tuttavia, gli ingegneri svizzeri avevano rassicurato i lavoratori, affermando che un’altra tragedia simile a quella del Vajont non sarebbe mai potuta accadere in Svizzera. La fiducia nella sicurezza del progetto si rivelò fatale.
Le conseguenze legali della tragedia
Questa tragedia è stata definita una “Marcinelle dimenticata”, un evento che ha ricevuto poca attenzione e giustizia. Sei anni di inchiesta hanno portato a 17 imputati per omicidio colposo, tutti assolti. In appello, le famiglie delle vittime si sono trovate costrette a pagare le spese legali, un ulteriore colpo per chi già soffriva per la perdita dei propri cari.