Con oltre 750.000 casi di infezioni delle vie urinarie registrati annualmente in Italia, il fenomeno è in continua crescita, con un incremento del 18% ogni anno. Questa situazione è aggravata dall’uso inadeguato di antibiotici in ambito urologico, che coinvolge fino a 4 pazienti su 10. A segnalare questa preoccupante tendenza è Giuseppe Carrieri, presidente della Società Italiana di Urologia e docente presso l’Università di Foggia. Carrieri ha condiviso queste informazioni con l’ANSA in vista del 98° Congresso Nazionale, in programma a Sorrento dal 6 al 9 novembre 2025.
Gestione inadeguata delle infezioni
Il dottor Carrieri mette in evidenza che molti pazienti tendono a gestire autonomamente le proprie infezioni urinarie, spesso ricorrendo a trattamenti fai-da-te. Questo comportamento è particolarmente rischioso, poiché le infezioni urologiche possono essere ricorrenti e i pazienti, avendo a disposizione antibiotici già prescritti, possono decidere di non consultare nuovamente il medico. Questa autogestione non solo compromette la salute individuale, ma contribuisce anche all’aumento della resistenza agli antibiotici.
Carrieri sottolinea che l’uso improprio degli antibiotici, come l’assunzione di farmaci non necessari o l’uso di antibiotici errati per infezioni non batteriche, è un fattore chiave nella diffusione della resistenza. Il medico consiglia di evitare il fai-da-te e di contattare il medico di base, suggerendo di utilizzare antinfiammatori per alleviare i sintomi fastidiosi e di mantenere una buona idratazione in attesa dei risultati degli esami delle urine. Questi esami sono fondamentali per identificare se è presente un’infezione batterica e quale tipo di trattamento sia più appropriato.
Impatto della resistenza agli antibiotici
La resistenza agli antibiotici rappresenta una seria minaccia per la salute pubblica, con un aumento preoccupante dei casi di infezioni urologiche causate da batteri multiresistenti. Carrieri evidenzia che fino al 30-50% dei ceppi di Escherichia coli, il batterio responsabile della maggior parte delle infezioni urinarie, risulta resistente a farmaci comunemente prescritti, come il trimetoprim-sulfametossazolo. Inoltre, il 20-30% dei ceppi di E. coli è resistente ai fluorochinoloni.
La situazione è aggravata dalla crescente incidenza di pazienti ospedalizzati, in particolare quelli con cateteri urinari, che sono sempre più soggetti a infezioni da batteri resistenti. Circa il 50% dei batteri isolati da campioni di pazienti con infezioni ricorrenti presenta resistenza ad almeno tre classi di antibiotici, evidenziando l’urgenza di affrontare questo problema.
Iniziative per affrontare la crisi della resistenza
In risposta a questa situazione allarmante, sono state avviate diverse iniziative per migliorare la gestione delle infezioni urinarie e combattere la resistenza agli antibiotici. Carrieri ha annunciato programmi di formazione a distanza rivolti a urologi, medici di base e farmacisti, oltre a collaborazioni con farmacologi per la ricerca di nuove molecole alternative agli antibiotici tradizionali.
In Italia, programmi di antibiotic stewardship stanno dimostrando l’efficacia nel ridurre le prescrizioni inappropriate senza compromettere la sicurezza dei pazienti. Inoltre, l’emergere di biomarcatori innovativi, come Ngal e Il-6 e Il-8, offre nuove opportunità per la diagnosi precoce delle infezioni urinarie e del danno renale, sebbene non siano ancora utilizzati in modo routinario.
La crescente consapevolezza e l’impegno verso una gestione più responsabile delle infezioni urinarie sono essenziali per affrontare questa crisi sanitaria e garantire un futuro migliore per la salute pubblica in Italia.
