La questione della violenza di genere continua a rappresentare un tema cruciale nella società odierna. Questo fenomeno, che provoca danni sia fisici che psicologici, lascia segni indelebili non solo nelle vittime, ma anche a livello genetico. Un recente studio condotto nel 2025 ha rivelato che oltre la metà delle donne che hanno subito violenza presenta disturbi da stress post-traumatico anche a distanza di anni. I dati sono stati raccolti nell’ambito del progetto di ricerca EpiWE, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e sostenuto dal Ministero della Salute, con l’obiettivo di valutare l’impatto della violenza sull’attività genetica e sulla salute psico-fisica delle donne.
Dettagli del progetto EpiWE
Il progetto EpiWE ha coinvolto inizialmente le prime cento donne che hanno accettato di donare un campione di sangue per analizzare l’influenza della violenza sui geni. Questo studio ha compreso un campione di 76 donne vittime di violenza, mentre il resto è stato utilizzato come gruppo di controllo. L’ISS ha sviluppato un questionario elettronico innovativo, denominato EpiWEAT, disponibile in italiano e in altre quattro lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco) per facilitare la partecipazione delle donne immigrate e dei mediatori linguistici. I questionari sono stati integrati con analisi sui campioni biologici per identificare le “cicatrici” epigenetiche sul DNA, che non alterano la struttura dei geni ma ne modificano la funzionalità .
Attualmente, il progetto ha esteso la sua portata alle regioni Lazio, Lombardia, Campania, Puglia e Liguria, dove le donne possono ancora contribuire alla ricerca donando un campione di sangue. I risultati preliminari mostrano che oltre il 50% delle vittime presenta disturbi post-traumatici gravi, con il 27% che ha ricevuto una diagnosi di PTSD e il 23% che mostra sintomi depressivi. Inoltre, il 32% delle donne è considerato ad alto rischio di subire nuovamente violenza.
Il profilo delle vittime e degli aggressori
Dallo studio emerge un quadro allarmante riguardo alle vittime di violenza. La maggior parte di esse ha un livello di istruzione pari o superiore al diploma di maturità e il 34% ha un’occupazione stabile. L’82% delle donne coinvolte è di cittadinanza italiana. Gli aggressori sono prevalentemente uomini, nel 97% dei casi, e nel 71% delle situazioni il violento è un coniuge o un partner. La violenza, che può manifestarsi in forme sessuali, fisiche, psicologiche ed economiche, è spesso ripetuta, colpendo le stesse vittime nel 90% dei casi.
Simona Gaudi, responsabile del progetto per l’ISS, sottolinea l’importanza di comprendere come la violenza domestica lasci tracce epigenetiche, modificando l’espressione dei geni. Questo studio non solo mira a prevedere gli effetti a lungo termine della violenza, ma anche a sviluppare interventi preventivi personalizzati, prima che insorgano patologie croniche.
Espansione del progetto e focus sui minori
Il progetto EpiWE ha recentemente ampliato il suo raggio d’azione per includere i minori che hanno assistito a violenze in famiglia. Grazie a una collaborazione con la Regione Puglia, sono stati arruolati 26 ragazzi di età compresa tra i 7 e i 17 anni, coinvolti nell’ambito dello studio ESMiVA, che si concentra sugli esiti di salute nei minori esposti a violenza assistita. I risultati preliminari indicano che quasi l’80% di questi ragazzi ha vissuto come traumatico l’assistere a violenze fisiche in famiglia, con diversi casi di PTSD e depressione già identificati.
Il 42,3% dei minori ha genitori separati o divorziati, e in oltre il 92% dei casi l’aggressore è il padre. Questi dati evidenziano l’urgenza di implementare screening sistematici nelle strutture sanitarie e nei servizi sociali, nonché interventi multidisciplinari che integrino sanità , scuola e servizi sociali. Il progetto proseguirà con follow-up programmati per monitorare l’evoluzione della sintomatologia legata alla violenza subita, contribuendo così a creare una base di dati per future ricerche sul trauma transgenerazionale.
