Le recenti operazioni militari israeliane hanno portato a un aumento delle tensioni nella Cisgiordania, con particolare riferimento alla città di Tubas. A partire dal 15 gennaio 2025, oltre 160 palestinesi sono stati arrestati durante le incursioni. Due uomini sono stati uccisi a Jenin dopo aver tentato di arrendersi; secondo l’esercito israeliano, avrebbero aperto il fuoco contro le forze armate israeliane. Le immagini provenienti dalla moschea di Al-Falah mostrano gli atti vandalici perpetrati da coloni israeliani, che hanno imbrattato la struttura con vernice spray e l’hanno incendiata.
La situazione a Gaza
A Gaza, la situazione è altrettanto critica. Molti palestinesi che cercano di tornare nelle loro abitazioni abbandonate si trovano di fronte a un paesaggio di distruzione. Una residente ha dichiarato: “Meglio stare a casa propria che in una tenda. Anche se sono circondata dalle macerie, è sufficiente avere un riparo.” Nonostante i bombardamenti incessanti che avvengono ogni giorno, la donna ha affermato di non voler lasciare la sua casa: “È chiaro che non c’è tregua. Ogni giorno, ogni minuto, c’è un bombardamento. Ma io non mi muovo più da casa mia.”
Aiuti umanitari in arrivo
La situazione degli sfollati è drammatica, con gli aiuti umanitari che giungono a rilento. Un convoglio di aiuti proveniente dall’Egitto è atteso a Khan Younis, trasportando decine di migliaia di pacchi alimentari destinati a uno dei più grandi campi di sfollati nel sud di Gaza. Il portavoce del comitato egiziano ha confermato che, dopo Rafah, il piano è di proseguire verso Khan Younis e, successivamente, raggiungere anche Gaza City e il nord della Striscia.
Ricerche in corso per gli ostaggi
Mentre i bombardamenti continuano, la Croce Rossa è attivamente coinvolta nella ricerca dei corpi degli ultimi due ostaggi israeliani, ancora non restituiti. La situazione rimane tesa e complessa, con gli sviluppi che si susseguono rapidamente in un contesto di violenza e instabilità. La popolazione civile, sia in Cisgiordania che a Gaza, continua a subire le conseguenze di un conflitto che sembra non avere fine.
