Inno nazionale: il Quirinale proibisce il “Sì” dopo “L’Italia chiamò”

Veronica Robinson

Dicembre 23, 2025

Una recente direttiva emanata dallo Stato Maggiore della Difesa ha suscitato un’ondata di malcontento nelle caserme italiane. A partire da questo momento, durante le cerimonie ufficiali delle Forze Armate, sarà vietato pronunciare il celebre “Sì!” che conclude il Canto degli Italiani. Secondo quanto riportato da “Il Fatto quotidiano”, tale decisione, contenuta in un decreto presidenziale risalente a marzo 2025, sta sollevando polemiche tra i membri dell’esercito.

Il documento dello Stato Maggiore, datato 2 dicembre 2025, è chiaro nel suo contenuto: durante eventi istituzionali e manifestazioni militari in cui viene eseguito l’inno nella sua versione cantata, l’ultimo grido dovrà essere omesso. L’ordine è stato trasmesso a tutti i comandi delle Forze Armate, dalla Guardia di Finanza all’Esercito, con l’indicazione di garantire “la scrupolosa osservanza” della nuova norma, estesa fino ai più piccoli presidi territoriali.

Le motivazioni alla base del divieto

Secondo fonti provenienti dal governo, la decisione di eliminare l’esclamazione finale sarebbe un adeguamento alla versione originale dell’inno, richiesto dal contesto musicale e dalle bande militari. Il decreto del 14 marzo 2025, proposto dal governo guidato da Giorgia Meloni e firmato dal presidente della Repubblica, si rifà al “testo primigenio” di Goffredo Mameli.

Tuttavia, la questione ha sollevato interrogativi filologici. Nel manoscritto autografo del 1847, conservato presso il Museo del Risorgimento di Torino, Mameli non include l’esclamazione “Sì!“. Al contrario, lo spartito musicale originale di Michele Novaro, utilizzato per l’esecuzione e pubblicato sul sito governativo, contiene chiaramente la celebre esclamazione finale.

Novaro, compositore dell’inno, si era giustificato per l’aggiunta del “Sì!“, sottolineando che il crescendo musicale culminava in “un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra”. Chiese addirittura perdono a Mameli per l’inserimento, giustificandolo come necessario per l’espressione musicale dell’opera.

La collaborazione tra Mameli e Novaro ha dato vita a un’opera indissolubile: le parole sono di Mameli, la musica di Novaro, e quell’urlo finale ha accompagnato l’inno per oltre 170 anni. Entrambi i patrioti hanno pagato un prezzo elevato per i loro ideali: Mameli morì a ventun anni durante la difesa della Repubblica Romana nel 1849, mentre Novaro visse in povertà, rifiutando compensi per il suo lavoro e destinando ogni guadagno alla causa garibaldina.

L’esecuzione dell’inno scelta come riferimento dal Quirinale è quella del 1961 con il tenore Mario Del Monaco, dove effettivamente il brano, dopo i versi “siam pronti alla morte/l’Italia chiamò”, prosegue solo con la musica, senza il grido finale. Questa interpretazione, tuttavia, contrasta con decenni di prassi consolidata e con la versione che è entrata nell’immaginario collettivo, quella che risuona durante le celebrazioni pubbliche e viene scandita dai tifosi azzurri.

La storia dell’inno nazionale italiano

Il Canto degli Italiani, composto nel 1847 a Genova, fu considerato troppo repubblicano dai Savoia, che preferirono adottare la Marcia Reale come inno del Regno. Solo nel 1946, con la nascita della Repubblica, venne ufficialmente adottato come inno nazionale, sebbene con carattere provvisorio. Solo settantun anni dopo, nel 2017, una legge gli conferì finalmente lo status ufficiale.

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